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TESTORI
 
- APPROFONDIMENTI -
(dal "Catalogo Bibliografico" a cura di Fulvio Panzeri)
 

IL PRIMO RACCONTO DI TESTORI:

MORTE DI ANDREA (1943)

 
Il primo racconto, "Morte di Andrea", Testori l'ha pubblicato nel 1943, sulla rivista "Posizione", pubblicata a Novara. E' stato recentemente ritrovato e segnalato su "Novarien" da Roberto Cicala. Qui lo presentiamo, in quanto anticipa molti temi che saranno poi centrali nella sua opera, dalla nebbia alla meditazione sulla morte.
 
Da più di un'ora Andrea stava seduto davanti alla finestra: benché avesse lasciato il letto dopo molti giorni di malattia, non aveva avvertito quel lungo brivido di freddo. Anzi, un tepore morbido e dolce ovattava tutto il suo corpo, come se ancora le coperte lo avvolgessero.
Pure capiva che le forze lo abbandonavano, che il sangue circolava molto lento nelle sue vene, e che gli occhi si erano schiariti dentro le orbite. Se guardava le mani, se le scopriva lunghissime e leggere, e sotto le unghie la carne non più rosa, ma bianca e azzurra.
Provava a portarle alla testa, ma non avvertiva nessun peso: segno, questo, che la vita era ormai sul punto di lasciarlo.
Ora poi il fiato gli era divenuto un poco affannoso, non tanto però da disperarlo, quanto piuttosto a invitarlo ad aprire la finestra. Accortosi che le mani non avevano più alcuna presa, né alcuna forza, cercò di alzarsi per uscire all'aperto.
Un vago senso di vuoto lo fece barcollare sul tappeto, ma appoggiandosi con un braccio al muro, riprese la normale stabilità e, così rassicurato, allungano il piede, riuscì ad aprire la porta: una nebbia leggera cominciava a scendere sulla strada e, mano mano che la porta compiva il giro sul cardine, si diffondeva come un fiato dentro la stanza.
Andrea vedeva la siepe di un bosso che limitava il suo piccolo orto, il cancelletto di legno e, alzando un poco gli occhi, sopra un palo più alto, due grandi corna di bue, insegna della sua antica professione.
Così stava ancora meglio: l'aria era fredda, ma il pastrano che si era avvolto attorno alle spalle copriva bene, e poi il tempo qui gli ritornava un momento indietro, gli concedeva una lunga teoria di immagini e di ricordi.
I figli persi nel mondo, tutti a posto però, la croce di marmo sulla tomba della sua povera Maria, la macelleria pulita, senza più sangue sul pavimento, né buoi squartati, né vesciche gonfie appese al soffitto. 
Come era facile lasciare il mondo così, senza niente da strappare, da dimenticare. O forse, c'era sì una cosa da dimenticare, Anna, la ragazza delle sere d'estate, ma i suoi occhi erano così dolci, i suoi occhi nerissimi e grandi: La ricordava come una rondine, era uscito con lei, di notte, e, forse, Maria nemmeno lo aveva sospettato, poiché era lontana da casa.
Inavvertitamente si trovò sul piccolo sentiero che lo portava al cancello: camminava adagio, ma sicuro.
Diede un giro di chiave e si ricordò di averla lasciata nella serratura affinché il medico potesse entrare e uscire senza che ogni volta dovesse alzarsi: uscì  dall'orto, e fece strisciare la mano sulla siepe. Provava un indefinito piacere a sentirsi inumidire le dita dalle foglie, quasi la vita gli tornasse per un momento nel corpo stanco.
Seguì il sentiero fino all'imbocco della strada, qui si fermò per accertarsi che nessuno dei vicini lo avrebbe visto: la nebbia era così fitta che fu presto assicurato.
Continuò a camminare, stando sul ciglio della strada, finché capì che le gambe si erano irrigidite, faticavano a muoversi: era ormai lontano dalle case, qui poteva davvero morire.
Si avvicinò, abbandonando la strada, a una pianta di gelso, e stendendo sulla terra il pastrano, vi si lasciò cadere lentamente.
L'erba, irrigidita dalla brina, scricchiolò ricevendo il peso del suo corpo, e Andrea avvertendo quel leggero rumore, immaginò fosse l'ultimo segno della vita.
Era sdraiato sotto i rami spogli della pianta, sui quali ancora rimaneva a dondolare qualche foglia ingiallita. 
Una donna passò frettolosa sulla strada, ma il suo scalpiccio si perse subito come la sua ombra.
Andrea non credeva che la morte fosse così dolce: l'aveva sempre pensata come una cosa bianca, magra, che gli arrivasse addosso all'improvviso, lo gettasse a terra, gli stringesse le mani, la gola, facendogli un lungo taglio rosso al collo, e poi fuggisse fischiando tra le piante.
Invece no, se ne andavano assieme senza capire bene cosa volesse dire chiudere gli occhi con lei, addormentandosi al suo fianco: pareva ad Andrea di diventare sempre più leggero, di sollevarsi nell'aria frusciando.
Poi non gli parve più niente.
Ora il corpo di Andrea giaceva fermo e morbido sul pastrano: la nebbia aveva ormai avvolto ogni cosa, confondendo le file dei gelsi. si distingueva soltanto la prospettiva dei loro tronchi che allungava la campagna, fin dove la nebbia, unendosi al cielo, lasciava visibile l'ombra di un bosco, poi chiudeva l'orizzonte con un'opaca parete di bambagia.

 

 

 

 

 

 

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