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L'opera è compiuta e la guardiamo con emozione:ma dietro la splendida
sensazione data da quella fuga di ali bianche, dietro la gioia dei bimbi o la
velata sofferenza del Cristo non c'è solo la fatica del pittore che insegue
un'idea e le dà forma con ansia e travaglio; c'è anche il grande sforzo di
dipingere rimanendo nell'ambito delle coordinate imposte da quel committente,
ostico (ma a buon diritto) rappresentato dall'intera cittadinanza di Novate.
L'impulso creativo non ha infatti potuto esprimersi in totale autonomia:non
sono stati solo i colori, le forme, i materiali a imporre un limite a padre
Ambrogio Fumagalli; sono stati anche i vincoli che gli sono stati imposti dalla
ricerca comune per avere risultati immediatamente a tutti percepibili; un
doppio gravame che certamente ha reso più difficile e complesso tradurre in
segno pittorico l'universalità del concetto di pace, tanto, in teoria,
evidente, quanto, in realtà, indefinibile. Si era, in verità, dapprima proposto
a Padre Fumagalli di interpretare un'idea-forza come quella di libertà nelle
sue molteplici valenze politiche, civili e sociali:ma i primi bozzetti, e lo
stesso approfondimento critico sollecitato da Fumagalli portarono a ulteriori
riflessioni.
Si aveva la sensazione che qualcosa sfuggisse, che le discussioni fatte, le
parole dette nohn riuscissero ad arrivare a mettere sul tappeto ciò che
veramente si voleva. Emerse così la consapevolezzaq che ad un concetto più
pregnante si voleva dar forma; ad una aspirazione che ogni popolo esprime -
come non mai - di fronte ad incapacità di governji ed organizzazioni
internazionali di porre fine alla corsa agli armamenti, ai conflitti armati,
alla violenza, alla prevaricazione, alla discriminazione, allo sfruttamento...
Si era trovato il bandolo della matassa: era questa voglia di pace che si
doveva rappresentare, perchè senza questa non vi è libertà, nè uguaglianza, nè
possibilità di vero sviluppo. Padre Fumagalli fu entusiasta di questo ulteriore
passo avanti e, anche se questo vanificava quanto aveva già fatto, con
pazienza, ma con il suo abituale slancio, si rimise al lavoro. Nel suo quieto
studio di Santa Francesca romana preparò altri bozzetti, e con lui, si riprese
a riflettere: questa volta non era il tema ad angustiarci, perchè su quello si
era tutti convinti; era, piuttosto, il come presentarlo.
C'era una grande incertezza: è un concetto astratto, allora così si esprime la
pittura; è un'idea emblematica del nostro tempo, se ne può fare, allora,
un'opera celebrativa; per non darne una figurazione sfuggente si potrebbe far
ricorso alla qimbologia.
Tutto però, sembrava troppo angusto e riduttivo; si sentiva il disagio di non
cogliere appieno una grande occasione. Forse un altro pittore ci avrebbe
mandati al diavolo, sia per la difficoltà di una sintesi che non arrivava mai,
sia per lo scarso spazio che si lasciava alla sua creatività: padre Fumagalli
era invece sempre lì, disponibile e quasi curioso di vedere come sarebbe andata
a finire, senza impazienze e senza risentimenti. Ciascuno cercava dentro di sè,
ma nessuno riusciva a formulare una risposta convincente: c'era una sorta di
impotente disperazione di fronte all'inafferabilità di questa astrazione.
ci salvò (come non averci pensato prima) una poesia, scritta da una bambina
israeliana di 12 anni: una poesia che ad ogni verso scandiva un colore.
Fu per tutti come una sorta di liberazione: e per Fumagalli costituì la
tavolozza ideale sulla quale con entusiasmo ha lavorato senza essere,
finalmente, interrotto. Come dice Tali Sorex - evocando un gesto calmo, ma
sicuro e quasi ieratico - a chiusuira dei suoi versi:"Mi sono seduta e ho
dipinto la pace".
La gioia e la serenità che queste tra grandi tele ci trasmettono crediamo siano
il miglior ringraziamento pewr quanto padre Ambrogio Fumagalli ha saputo darci.
Il Consiglio Comunale
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