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Padre Ambrogio Fumagalli (Cambiago-Milano
1915 - Bolsena 1998), monaco benedettino olivetano, nelle diverse stagioni del
suo percorso artistico, ha attraversato gran parte del sec. XX interpretandone
con originalità le molteplici e più significative espressioni formali.
Autodidatta, ma dotato di notevole facilità di apprendimento, negli
anni trascorsi a Monte Oliveto Maggiore (Siena) di fronte agli affreschi del
Signorelli e del Sodoma e ai tanti capolavori che arricchiscono la celebre
abbazia, si esercitò ad assimilare e a sperimentare i diversi linguaggi
artistici affinando le proprie naturali capacità e nello stesso tempo, completò
gli studi teologici per ricevere, nel 1940, l'ordinazione sacerdotale.
In quello stesso anno fu mandato a Firenze e alla scuola del
Maestro Venière Pignataro, pittore di notevole sensibilità didattica, si
avvicinò alle forme espressive di Pierre Bonnard e, soprattutto, di Ardengo
Soffici manifestando senso innato per la impaginazione dei colori ed efficace
proprietà nel fissare con immediatezza cose e paesaggi.
Nel 1941, nello studio bolognese di Giorgio Morandi imparò a
cogliere l'essenzialità delle immagini e dei volumi per immergerli, con il
colore-luce, in uno spazio interiorizzato.
Nel 1947, mentre risiedeva nel monastero di S. Salvatore Monferrato
(Alessandria) ebbe occasione di incontrare Carlo Carrà e di perfezionare, con
il suo magistero, equilibrio formale, geometria poetica e rigore compositivo.
Nel 1953, recatosi a Londra nel monastero olivetano "Christ The
King" studiò Henry Moore e conobbe Francis Bacon e Graham Sutherland dai quali
trasse spunti per numerosi e incisivi disegni: vive meditazioni sul senso della
dolorosa e agonizzante solitudine umana.
Si avvicinò, poi, al cubismo statico iniziando a comporre
i piani alla maniera di Picasso.
Tornato in Italia, per stabilirsi a Roma nel monastero di S.
Francesca Romana dove rimase fino al 1987, lentamente abbandonò il linguaggio
cubista per rivisitare, con cromatiche partiture morandiane, il lirismo della
Scuola Romana e per passare, poi, all'astrattismo.
Dagli inizi degli anni Sessanta, frequentando l'architetto Luigi
Moretti progettista, tra l'altro, del complesso residenziale "Watergate" di
Washington e pioniere con la rivista Spazio di una rinnovata cultura
figurativa, fu sollecitato a dipingere tele cosmologiche e informali con la
stesura dei colori su piani bidimensionali.
Tale fase evolutiva si concretizzò nella mostra presso il Centro
culturale S. Fedele di Milano (1961) dove Padre Ambrogio offrì le premesse per
una pittura simbolico-cristiana, in cui l'arte sacra trovando la prima
ispirazione nella Bibbia, nei commenti dei Padri della Chiesa, nella forza
provocatoria dell'opera Bibbia e Liturgia del cardinale P. J. Danièlou e nei
testi conciliari del Vaticano Secondo, viene intesa come riflessione religiosa
e momento liturgico.
La sperimentazione del linguaggio astratto non solo continuò per
alcuni anni con dipinti carichi di simbolico lirismo cristiano, e con tematiche
intrise di intensa emotività - come Pianure, Città, Rondini sulla città - e
trovarono la propria definizione prima con le opere realizzate per commentare
il Diario di Gusen di Aldo Carpi sugli orrori dei campi nazisti di sterminio, e
poi con i dipinti dedicati all'antica civiltà dei Camuni. Così i tetri segni
del dolore si aprivano alla catarsi affidandosi alle pure intuizioni del
sentire immaginifico dell'infanzia.
Dal 1987 al 1998, anno della sua morte, visse a Bolsena (Viterbo),
antica e piccola città sulle rive dell'omonimo lago che, con i suoi trasparenti
colori e con le vaporose atmosfere, gli ispirarono tele dal tocco alquanto
sognante e decisamente impressionistico.
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